L’AI non salverà le PMI europee

Ma potrebbe renderle più solide di quanto pensiamo

C’è qualcosa di curioso nel dibattito sull’intelligenza artificiale. Fuori dalle aziende, su LinkedIn, su YouTube, nelle varie newsletter, sembra sempre una corsa frenetica. Chi adotta prima, chi sperimenta di più, chi costruisce l’agente più sofisticato. Dentro le aziende, invece, il lavoro prosegue tranquillo per i fatti suoi. Con le sue urgenze, le sue telefonate, i suoi fogli Excel aperti in troppe versioni simultanee. Il classico lunedì mattina, insomma, che nessun convegno sull’IA ha ancora abolito.

Qualche tempo fa ho letto una riflessione controcorrente di David Heacock, CEO di Filterbuy, pubblicata su Fortune. La sua tesi era semplice e un po’ provocatoria: l’AI potrebbe essere più utile a un idraulico che a un programmatore. A prima vista sembra una di quelle boutade che circolano sui social per fare engagement. Poi ci pensi un attimo e capisci che è una lente per vedere la realtà un po’ meglio.

Perché il punto vero non è chi viene sostituito, o almeno, non solo quello. Ma, più interessante, è chi ottiene leva dall’uso dell’AI.

Per anni abbiamo confuso crescita e sforzo. Più clienti significava più persone. Più fatturato significava più struttura. Più struttura significava più coordinamento, più riunioni, più attrito. Lo sforzo però non scala. Anzi, si somma, si accumula, alla fine stanca. La leva invece moltiplica. È una distinzione banale che, nel quotidiano, sfugge quasi sempre, perché il quotidiano non ha tempo per le distinzioni banali.

Ed è qui che l’AI diventa genuinamente interessante. Non perché trasformi una PMI in una tech company californiana con il biliardo in ufficio, ma perché può togliere la sabbia dagli ingranaggi attorno a ciò che quella PMI sa già fare bene. Il valore non sta nel diventare tecnologici per seguire una moda. Sta nel lavorare meglio su ciò che già si conosce e portarlo finalmente a leva.

Un’azienda manifatturiera non ha bisogno di “andare sul digitale” per inseguire una narrativa da startup. Ha bisogno di pianificare meglio, di smettere di perdere informazioni tra sistemi che non si parlano, di prendere decisioni qualche giorno prima invece che qualche settimana dopo. Roba concreta, insomma.

Il problema reale, se si è onesti, non è quasi mai la mancanza di talento tecnico. È il tempo perso, i margini erosi, le opportunità che sfumano prima ancora di essere intercettate. È l’attrito organizzativo nascosto tra i silos, le informazioni che non girano, i processi cresciuti per stratificazione senza che nessuno li abbia mai ripensati davvero.

Lo si vede in cose molto concrete. I lead arrivano, vengono raccolti, entrano nel CRM con solennità. E poi tornano nelle mani del commerciale, che fa ciò che ha sempre fatto: si affida al proprio archivio mentale, alla relazione costruita nel tempo, al fiuto. Funziona? Spesso sì. Ma l’informazione rimane confinata in una testa sola, e ogni opportunità diventa una fatica isolata. Il sistema non accumula vantaggio strutturale. Si regge sull’energia individuale, che è una risorsa preziosa ma non infinita.

Se invece la gestione del lead viene strutturata e, dove possibile, automatizzata, con una qualificazione coerente con la marginalità reale, priorità basate su dati storici e follow-up attivati con metodo, allora il commerciale può finalmente concentrare la propria energia dove la relazione fa davvero la differenza. È lì che nasce la leva. È lì che lo sforzo individuale smette di evaporare e diventa apprendimento cumulativo a vantaggio di tutta l’organizzazione.

E qui arriva la parte meno romantica, che nei convegni sull’AI viene saltata volentieri.

Se i processi sono confusi, l’AI non li chiarisce per magia ma li accelera. Se i dati sono disordinati, le decisioni sbagliate arrivano più in fretta. Se i ruoli non sono chiari, l’automazione amplifica l’ambiguità invece di ridurla. L’AI è un acceleratore, non un correttore. Non sistema quello che è rotto. Invece corre più veloce nella direzione in cui stai già andando, nel bene e nel male.

Per molto tempo ci siamo detti che l’adozione dell’AI dovesse partire dall’identificazione di un task concreto. Un report, un’analisi, una proposta commerciale. L’idea era giusta, ma oggi non basta più. Non è solo questione di trovare un task. È questione di capire il punto di frizione in cui quel task si inserisce. Perché se il task non è collegato a un momento di attrito reale, si ottimizza qualcosa che non sposta davvero l’ago della bilancia. Si diventa efficienti nel fare la cosa sbagliata, il che è una soddisfazione di breve durata.

Identificare il task migliora la produttività. Identificare la frizione cambia la struttura.

È lì che l’AI smette di essere uno strumento intelligente e diventa una leva. Non accelera soltanto un’attività ma alleggerisce un nodo strutturale dell’organizzazione. La differenza, per chi la vive, è notevole.

Per questo, in mezzo all’euforia tecnologica del momento, l’approccio più controcorrente è quasi imbarazzante nella sua semplicità: fermarsi. Guardare i propri processi senza l’ottimismo di chi li ha costruiti. Chiedersi dove si perde energia, dove la complessità è cresciuta per inerzia senza che nessuno se ne accorgesse. Non è un lavoro da hacker. È un lavoro da imprenditore lucido. E la lucidità, in questo momento storico, è probabilmente la forma di coraggio più rara.

Chi guida un’impresa fa la differenza non tanto per il fiuto, che pure conta, ma per la capacità di distinguere tra moda e leva. Per il coraggio di dire “prima capiamo dove siamo fragili, poi acceleriamo“. E, se possibile, farlo prima che lo faccia la concorrenza.

Perché l’AI non ridurrà automaticamente il divario tra aziende strutturate e aziende disordinate. Potrebbe persino allargarlo. Chi è già organizzato scalerà più in fretta. Chi è disordinato rischia di correre nella direzione sbagliata, con più energia di prima e con risultati peggiori di prima. È un’ironia che il mercato non perdona.

La domanda giusta, allora, non è “Come usiamo l’AI?” È una domanda più scomoda, quella che quasi nessuno mette nel titolo del convegno e cioè dove stiamo perdendo energia che potremmo trasformare in leva?

Un’impresa crea valore quando riesce a lavorare al meglio con le proprie competenze e risorse. L’AI non cambia questo principio. Lo rende più evidente e, per chi non ci fa i conti, più costoso da ignorare.

Non serve diventare futuristi. Non serve nemmeno fare finta che non stia succedendo niente. Serve diventare un filo più consapevoli di dove si è fragili e dove si può essere più forti. E, quando necessario, farsi affiancare da chi vive queste trasformazioni sul campo invece di limitarsi a raccontarle.

Per molte PMI, la vera innovazione non sarà costruire qualcosa di completamente nuovo. Sarà finalmente vedere con chiarezza ciò che da anni impedisce di crescere senza esaurirsi. Smettere di sommare sforzo e iniziare a moltiplicare valore.

AI nel 2026. Qualche idea per usare la testa senza stressarsi

È quasi passata la rituale abbuffata di previsioni e trend che ogni inizio d’anno piacevolmente ci riserva. Sono sicuro che, come me, se sei parte di un’azienda, l’intelligenza artificiale (da qui in avanti semplicemente AI) probabilmente ti accompagna già da parecchi mesi come un rumore di fondo, presente, però, in modo costante, quasi irritante.

Articoli, demo, promesse, allarmi. Un giorno sembra che senza AI tu sia spacciato, il giorno dopo che sia solo una bolla. Nel mezzo, la tua azienda. Clienti da seguire, margini da difendere, piani da sviluppare e persone da guidare.

Mettiamola semplice. Nel 2026 l’AI non sarà più una moda da rincorrere, ma nemmeno un miracolo da aspettare. Sarà una leva industriale. Come tutte le leve, funziona solo se sai dove appoggiarla.

Sembra ormai passato il momento in cui l’AI entrava nelle aziende come “strumento geniale”, per stupire chi ancora non la usava, il collega che ci presentava il suo piano (e che noi abbiamo rivisto con l’AI senza dirglielo), il fornitore, a cui abbiamo vivisezionato il preventivo con ChatGPT. 

Oggi, invece, l’IA si configura come uno strato di base all’interno di ciò che fai nel quotidiano (preventivi, letture di report, analisi della concorrenza, contenuti per il tuo sito web) oppure di ciò che già usi  (Email, CRM, software gestionali, assistenza clienti, fogli di calcolo). E non ti chiederà di cambiare mestiere, ma di lavorare in modo più ordinato.

E qui arriva la prima verità scomoda di cui ci stiamo rendendo conto oggi. Se la tua azienda oggi è confusa, l’AI non la renderà intelligente. La renderà confusamente veloce.

Nel 2026 vinceranno le PMI che useranno l’AI per rafforzare i processi, non per coprire il disordine o per far colpo in modo effimero. Quelle che capiscono che la tecnologia amplifica ciò che trova. Quindi se trova chiarezza, moltiplica il valore; se trova caos, moltiplica gli errori.

Per questo, prima ancora di investire in nuovi tool, il vero lavoro da fare è principalmente interno. Identificare su quali attività si può intervenire, darsi obiettivi possibilmente chiari, dati decenti, regole minime condivise. È noioso, lo so. Ma è anche il miglior investimento che puoi fare per non buttare soldi dopo.

Parlando di attività e obiettivi, dove ha senso usare l’AI, senza troppe discussioni? Sicuramente ovunque tocchi il tempo, gli errori e la qualità della relazione.

Parliamo di preventivi e di risposte ai clienti, per esempio. Non per “scrivere al posto tuo”, ma per aiutarti a essere coerente, veloce, affidabile. Un’offerta ben costruita, che non dimentica pezzi e valorizza ciò che sai fare bene e la tua esperienza, oggi è un vantaggio competitivo enorme.

Poi il post-vendita e l’assistenza. Non perché il cliente voglia parlare con un robot, ma perché spesso vuole risposte semplici e corrette al primo colpo. Ridurre l’attrito è già creare valore.

E infine tutto ciò che serve a evitare gli errori ripetitivi: checklist (per fiere, offerte, piani di lavoro), passaggi standard, memoria operativa. Qui l’AI funziona bene, perché non si stanca e non “va a intuito”.

Attenzione però a non cadere nell’altra trappola, cioè quella dell’automazione totale. Nel 2026 sentirai parlare molto di agenti che fanno tutto da soli, di sistemi che “lavorano al posto delle persone”. Certamente affascinante, ma credo che per una PMI sia spesso prematuro e rischioso. Gli errori automatici, quando toccano prezzi, promesse, immagine aziendale o dati sensibili, costano più di quelli umani e sono difficilmente recuperabili.

Direi che la regola è semplice. Se non sai spiegare in una frase che problema l’AI risolve e come misurerai il risultato, non è il momento.

C’è poi un investimento di cui si parla poco, ma che farà la vera differenza: le persone. Non servono esperti di prompt o corsi teorici sul machine learning. Serve che chi lavora con te sappia usare l’AI con giudizio che significa fare domande sensate, riconoscere quando l’output è sbagliato, sapere quando fermarsi e usare il cervello. Quello che oggi senti chiamare “Human in the Loop” (l’umano nel processo).

Questa è, come si dice in gergo, AI literacy vera, da officina, non da convegno. E le PMI, paradossalmente, qui sono avvantaggiate perché sono più vicine al lavoro reale e, rispetto a un consulente che si basa giocoforza sulla teoria o su esempi immaginari, possono subito mettere in pratica ciò che pensano.

Infine, una parola sul lavoro e sulla paura. Sì, l’AI cambierà i ruoli. Sicuro.

Ma per una PMI il punto non è sostituire le persone, ma ridisegnare bene il lavoro di ognuno in base a ciò che l’AI ti permette di fare. Ad esempio, togliere alle persone ciò che è ripetitivo e “stupido” e lasciare spazio a ciò che crea valore, come il giudizio, la relazione e la responsabilità.

Qui entra in gioco qualcosa che nessun modello potrà davvero replicare: l’esperienza. Quel “saper scegliere cum grano salis” che nasce dagli anni, dagli errori, dall’ascolto delle proprie persone e dei clienti. L’AI può aiutare. Il criterio resta umano. Di nuovo.

Se dovessi chiudere con una frase sola, basandomi su ciò che ho visto finora, da questa parte della barricata, quella dell’azienda, direi che nel 2026 una PMI non deve inseguire l’AI. Deve metterla al lavoro, con calma e metodo. Non senti di avere le competenze? Chiedi aiuto. Organizzazioni di categoria e consulenti possono senz’altro darti l’aiuto che cerchi.

Però investi quando risolvi problemi reali e puoi misurare i risultati. Aspetta finché non stai solo rispondendo alla paura di restare indietro.

L’AI non è una scorciatoia. È una leva. E, come abbiamo detto, esse funzionano solo se sai dove appoggiarle. Il come verrà dopo.

Serve il marketing digitale nella vostra azienda?

Serve il marketing digitale nella vostra azienda?

Tra marketing digitale, piattaforme e tecniche spesso si dimentica che gli scopi sono due. Essere dove sono i nostri potenziali clienti e costruire relazioni vere che aiutino le persone.

Marketing digitale?

Cos’è il marketing digitale?

Niente. Il marketing è il marketing. Il digitale è un modo o un mezzo con cui fare marketing.

Capita poi che le definizioni aiutino a contestualizzare meglio, per cui si cerca di definire a cosa ci si riferisce, miscelando la cosa da fare (il marketing appunto) con il mezzo o la tecnologia o addirittura lo spazio in cui essa si svolge.

Abbiamo così ad esempio, a puro titolo informativo e in modo assolutamente parziale, il digital marketing (marketing fatto attraverso piattaforme o risorse digitali, dal social alle App per esempio), l’email marketing (la gestione dell’invio di mail di massa per le nostre strategie di marketing) oppure, parlando di spazi, il marketing on-line (di nuovo tutto quello che è digitale in uno spazio non fisico) o quello off-line (tutto quello che è fisico come fiere o pubblicità su riviste).

Vediamo se è il caso di considerare il marketing digitale per la nostra azienda.

Digitale e B2B

Se dico digitale in ambito B2B mi riferisco a quello che i nostri utenti, potenziali clienti o in generale le persone usano per raccogliere informazioni su un prodotto o un servizio che può essere per loro interessante.

Cosa fate quando volete trovare un consiglio se l’acquisto che state per fare è giusto per voi e le vostre esigenze?

Esatto. La rete. Cercate sulla rete.

Più l’oggetto da acquistare impatta a livello di costo e serve alla vostra azienda per generare business (un macchinario o una consulenza), più raccogliete informazioni e vi riservate il giusto tempo per valutarle.

Questa è pratica comune. Fonti sparse nel web dicono che circa il 70% del cosiddetto viaggio d’acquisto per le aziende B2B (o purchasing journey) è fatto in rete. Cioè si usa la rete per farsi un’idea e capire come orientarsi. Non solo, anche gestire una conversazione con un venditore all’atto dell’acquisto.

A naso, credo che questa percentuale vari, in più o in meno, secondo il tipo di mercato, ma è un’indicazione sufficiente per capire che il digitale serve, non solo perché la nostra azienda deve diventare in qualche modo digitale, ma semplicemente perché i vostri potenziali clienti o utenti sono già lì e cercano informazioni. E se voi non ci siete, ci sarà qualcun altro, magari il vostro competitor.

Due cose da poter fare

Mi rendo conto che quello che ho scritto sopra può risultare generico. Per mettere ciccia alla cosa, vi suggerisco di fare due cose:

1 – Stimare cosa fanno i concorrenti nel vostro settore.
2 – Fare una micro analisi ai vostri clienti o chiedendo a colleghi, per capire se essi utilizzano le piattaforme o le risorse digitali e quali.

I concorrenti

Facile. Prendete i tre principali concorrenti del vostro settore ( i primi tre che vi vengono in mente. E’ una tecnica, fidatevi) e vedete come si comportano sul web. Traetene le dovute conclusioni scrivendo cosa comunicano e come lo fanno (qui dovremo parlare di differenziazione ma lo faremo più avanti. Vi lasci un link per “tastare” l’argomento del bravissimo Marco De Veglia. Vediamo se questa sua breve intervista solletica la vostra curiosità).

Micro analisi

A dispetto del nome altisonante, basta (almeno all’inizio) fare un giro di telefonate e chiedere ai vostri clienti attuali.

·      Usi i social?

·      Vai su Google per cercare informazioni?

·      Se ti serve qualcosa per la tua azienda, dove lo cerchi?

Vi garantisco che ne usciranno delle belle su cui riflettere. Avrete in fatti in mano quello che scrivono i vostri concorrenti e quello che cercano i potenziali utenti.

E vi anticipo anche che molti vi diranno che si appoggiano ai consigli di un amico o all’esperienza di altri. Vi posso garantire che molti di quei giudizi si formano su internet e poi diventano opinioni che si usano tra amici per avallare questo o quel brand o prodotto.

Concludendo

Concludendo il digitale serve perché è ormai parte della vita quotidiana delle persone. E’ un mezzo che ha cambiato il modo di essere delle persone (non credete assolutamente a chi vi dice che il mezzo è neutro e sono le persone che lo usano male. Non è così.)

Quello che il digitale fa è aiutarvi a costruire più facilmente delle relazioni. Questo è un passaggio importante. Non confondete il mezzo con lo scopo. Lo scopo è costruire la relazione. Il mezzo può esser la piattaforma digitale, il modo è utilizzarle al meglio.

La relazione, in ambito business, è quello che accade quando la necessità di una persona incontra la disponibilità di un’azienda a risolvere il suo problema o a fornirgli un’opportunità.

Inoltre, il mondo digitale (lo so, lo so che digitale significa tutto e niente ma non sottilizziamo ora!) è uno degli strumenti più pratici per acquisire informazioni. E se esse si riferiscono ai prodotti o ai servizi che vendiamo, dobbiamo essere nel mondo digitale.

Come? L’analisi tra i vostri clienti vi dirà come procedere. Se essi usano Facebook, una bella pagina curata e aggiornata è da considerare. Se cercano su Google, allora un bel sito, fatto bene e un po’ di ADWords sono suggeriti caldamente.

Poche cose, ma fatte con criterio, portano la parte digitale, il marketing digitale appunto, in azienda in maniera fruttuosa sia per voi che per i vostri potenziali clienti.

Vittorio Neri